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La medicina ambientale si occupa degli effetti tossici sull’uomo causati dalle modificazioni antropiche dell’ambiente. Da sempre l’essere umano ha avuto l’esigenza di porre rimedio alle sue condizioni di salute e questo lo ha spinto ad indagare i possibili fattori responsabili della malattia. Se per i medici dell’antichità la principale causa di malattia erano le influenze climatiche (vedi Ippocrate, medicina cinese e ayurvedica), oggi grazie all’affinamento dei mezzi di indagine, l’attenzione si è spostata prima sui microrganismi che “infettano” l’uomo e solo recentemente sulle sostanze chimiche di sintesi e sulle fonti elettromagnetiche.

L’inquinamento ambientale

Pochi si rendono conto che negli ultimi 100 anni l’uomo ha modificato completamente l’ambiente contaminando l’aria, il suolo e l’acqua. Il sistema Terra non riesce più a smaltire queste sostanze e gli esseri viventi vengono continuamente a contatto con esse assimilandole. La medicina funzionale considera questi inquinanti come campi di disturbo, capaci di alterare diverse funzioni del nostro organismo. Si calcola che ognuno di noi si imbatte in almeno 500 sostanze sintetiche ogni giorno. Tra queste le più diffuse sono:

  • Insetticidi, pesticidi, coloranti, conservanti, vernici, solventi, formaldeide.
  • Metalli pesanti
  • Elettrosmog
  • Nanoparticelle
  • Muffe
  • OGM

L’intervento della medicina ambientale

La medicina ambientale si occupa proprio di studiare questi nuovi fattori causa di malattia e, come ogni branca della medicina, lo fa su tre versanti:

  1. prevenzione
  2. diagnosi
  3. trattamento

L’area preventiva è rappresentata principalmente dalla fase epidemiologica e dal cosiddetto monitoraggio ambientale cioè la fase di rilevamento delle sostanze chimiche sintetiche o dell’elettrosmog nei luoghi di interesse (all’interno dell’acqua, nell’aria, negli alimenti, negli oggetti ad uso quotidiano o negli alimenti) mediante diverse tipologie di strumentazione. Invece l’area clinica si rivolge al singolo individuo con lo scopo di fare diagnosi e poi terapia mediante l’anamnesi, l’esame obiettivo e il rilevamento delle sostanze tossiche nel sangue, nell’urina, nella saliva e nel capello oppure mediante il rilevamento degli effetti patologici derivanti dal contatto con i tossici antropici (esempio anemia da piombo, rilevamento degli addotti del DNA eccetera).

La predisposizione individuale e la medicina ambientale

 

Però dopo questa premessa dobbiamo farci una domanda fondamentale: “le malattie di origine ambientale sono dovute “soltanto” al contatto con i tossici antropici?”. Se questo fosse essere vero allora tutti dovremmo essere affetti da qualche patologia di origine ambientale perché ormai siamo tutti in contatto continuo con queste sostanze. In realtà, le analisi epidemiologiche ci dicono che il numero di persone che manifestano qualche disturbo secondario ad una causa ambientale antropica si aggira intorno al 30% ed inoltre si stima che il 4-9% della popolazione soffra di patologie conclamate come la fibromialgia, la sensibilità chimica multipla (MCS), la sindrome da fatica cronica (CFS) o la sindrome dell’edificio malato la cui origine è da far risalire con certezza al contatto cronico con tossici antropici. Quindi è evidente che per manifestare un qualsiasi tipo di disturbo ascrivibile ad una causa ambientale antropica non basta il solo contatto con il tossico ma è necessaria anche una predisposizione genetica dell’individuo. Questa predisposizione genetica deve essere intesa come una suscettibilità dovuta non solo alla genetica intesa in senso classico ma principalmente all’epigenetica. Insomma, per un corretto inquadramento diagnostico e terapeutico del paziente affetto da una patologia ambientale è necessario porre in primo piano sia il terreno costituzionale, con le sue modificazioni acquisite, sia i fattori causali responsabili che in questo caso sono i tossici iatrogeni o antropici. In epoca pre-antibiotica lo scienziato ha individuato i microrganismi come il “nemico da combattere” e oggi che siamo in era post-antibiotica abbiamo sostituito i microrganismi con i tossici antropici. Questo è un aspetto fondamentale perché non dobbiamo dimenticare, per non ricadere nel vecchio errore del paradigma lineare causa-effetto, che oltre ad eliminare la causa scatenante prima di tutto dobbiamo rinforzare il terreno. Dobbiamo far sì che quell’organismo recuperi la sua capacità innata di smaltire i carichi tossici attraverso l’emuntorio epatobiliare, renale, intestinale e polmonare. Questo è il primo passo necessario prima di poter ripristinare la fisiologica regolazione metabolica, neurovegetativa ed immunitaria e quindi la salute.

La matrice extracellulare e la medicina funzionale

Il contatto tra sostanza tossica ambientale e organismo vivente avviene principalmente all’interno della matrice extracellulare (ECM). In medicina funzionale l’importanza di questa struttura è nota da sempre e solo qualche anno fa anche la comunità scientifica internazionale ha riconosciuto la sua funzione definendola come un vero e proprio “organo” e non più una struttura aspecifica con funzioni di sostegno strutturale. Nell’ECM fisiologica l’onda elettromagnetica (OEM) si impacchetta diventando un fotone, mentre quando arriva nel citoplasma riacquista nuovamente la sua natura ondulatoria. Quando una molecola tossica/stressore si deposita sul glicocalice della ECM le molecole di acqua cambiano la loro costante dielettrica e le onde elettromagnetiche non si trasformano più in fotoni e quindi non vengono riconosciute. Questo comporta l’alterazione del trasporto dell’informazione dentro e tra le cellule e i tessuti con conseguente danno a carico delle più disparate vie metaboliche intracellulari (per esempio il sistema del cAMP, gAMP, dei canali del calcio, del sodio, del potassio, il DNA, il sistema dei microtubuli, eccetera).

L’azione dei tossici a livello cellulare

I tossici possono anche agire direttamente a livello intracellulare, come per esempio i metalli pesanti che interferiscono con le proteine a dita di zinco (proteine che si legano al DNA o all’RNA con funzione di fattore di trascrizione per recettori o ormoni steroidei) oppure con i recettori per il glutammato AMPA e NMDA (attivazione) o con i canali del calcio (inibizione). Gli stessi meccanismi sono validi per tutte quelle sostanze tossiche cha manifestano il loro effetto clinico come “interferenti endocrini” (cioè responsabili del danno a carico delle ghiandole endocrine come la tiroide, le ovaie, il testicolo e la ghiandola surrenale). Tra questi troviamo ad esempio i composti perfluorati (PFOS e PFOA presenti nel pesce, nei tappeti, nella carta per uso alimentare, negli spray antimacchia), il dietilesilftalato (DEHP presente nelle plastiche per uso alimentare), gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA che si formano nel corso di processi di combustione sia domestici che industriali), i polibromodifenileteri (PBDE utilizzati sui tessuti e sull’abbigliamento a scopo ignifugo). I PBDE oltre ad essere interferenti endocrini si depositano nel tessuto adiposo prolungano il loro effetto tossico per molto tempo per cui sono stati inseriti, insieme ad altre sostanze tra cui diversi insetticidi, nel gruppo dei “composti organici persistenti” (POPs). Anche l’elettrosmog può agire sia sulla ECM, sia direttamente sulle cellule provocando per esempio danni alla barriera ematoencefalica da campi elettromagnetici utilizzati nella telefonia mobile o attivando i canali VGCC (canali del calcio voltaggio dipendenti) come nel caso dei campi generati da radiofrequenze e microonde e i campi a frequenza estremamente bassa (ELF).

Lo stress ossidativo, lo stress nitrosativo e la medicina funzionale

A livello macroscopico l’alterazione di queste vie metaboliche è responsabile dell’aumento dello stress ossidativo e nitrosativo e del danno a carico dei mitocondri. Gli stress ossidativo e nitrosativo sono rappresentati dalla formazione di molecole ossidanti (per esempio lo ione superossido e il perossinitrito) che a contatto con le membrane biologiche, con i recettori di membrana e con qualsiasi altro componente cellulare ne determinano la distruzione definitiva. La presenza di stress ossidativo, nitrosativo e danni al mitocondrio sono responsabili dell’insorgenza della cosiddetta infiammazione cronica di basso grado considerata il fattore causale principale della maggior parte delle malattie croniche oggi conosciute (malattie cardiovascolari, dislipidemie, diabete, malattie autoimmunitarie, malattie neurodegenerative e neoplasie). L’approccio della medicina funzionale alle patologie ambientali è proprio quello di lavorare sull’eliminazione delle molecole tossiche antropiche attraverso il ripristino delle funzioni emuntoriali e sulla regolazione metabolica, neurovegetativa ed immunitaria mediante la nutraceutica, la fitoterapia e la terapia SIT (terapia di informazione di sistema) con la conseguente riduzione dell’infiammazione cronica di basso grado.